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Export e competitività delle imprese italiane

Posted on by Massimo Matteoli

ITALIANS DO IT Better. Immagine in licenza Creative Common disponibile al seguente link: http://www.flickr.com/photos/annalisa/186514638/

Calmatasi, almeno fino a questi giorni, la “tempesta” sullo spread, l’attenzione generale è tornata sul problema della crescita e dello sviluppo. E’ stato lo stesso Monti lo scorso 11 settembre, incontrando i sindacati a Palazzo Chigi, a sottolineare come recuperare la competitività delle imprese sia una sfida per il paese, «forse ancora più importante dello spread».Quasi a fargli eco l’annuncio della Fiat di pochi giorni dopo di sostanziale abbandono del progetto “fabbrica Italia” ha drammaticamente rilanciato il problema se in Italia sia ancora possibile “produrre” a livello competitivo sul mercato mondiale.

La questione trova conferma anche nelle classifiche internazionali dei più importanti centri studi tanto che, solo per citarne alcune, il World Competitiveness Yearbook edizione 2012 pubblicato dall’Imd (International Institute for management development) di Losanna, ci pone al 40° posto su 59 paesi considerati, dopo averci fatto guadagnare, bontà sua, due posizioni rispetto allo scorso anno, mentre per il World Economic Forum siamo stabili al quarantaduesimo.

Ciò nonostante quando andiamo a verificare i dati delle esportazioni, cioè dell’area dove in maniera immediata e diretta si confronta la competitività dei rispettivi sistemi produttivi, i numeri dell’economia reale sembrano smentire classifiche e commentatori.

Il doppio successo dell’export italiano

Il successo dell’export italiano, che continua anche nel 2012 nonostante i segni di rallentamento delle economie emergenti, è ancora più importante di quanto possa apparire.

I risultati manifestano un’inaspettata solidità del nostro sistema produttivo ed appaiono ancora più importanti se li valutiamo nel lungo periodo. Come si può vedere dalla tabella che segue, durante la vera e propria rivoluzione qualitativa e quantitativa che si è prodotta nel commercio mondiale dal 2001 al 2011, l’Italia ha mantenuto nella graduatoria dei paesi esportatori la stessa posizione che occupava nel 2001, l’ottava, per l’esattezza, mentre Francia, Germania, Stati Uniti e Giappone hanno visto peggiorare la loro.

I primi 10 paesi esportatori di merci (dati in miliardi di dollari)
Paesi Valori 2010 Valori 2011 Variazioni % 2010/2011 Quote % 2001 Quote % 2010 Quote % 2011 Posizione 2001 Posizione 2011
Cina 1.578 1.899 20,3 4,1 10,3 10,4 6 1
Stati Uniti 1.278 1.481 15,8 11,8 8,4 8,1 1 2
Germania 1.259 1.474 17,1 9,2 8,3 8,1 2 3
Giappone 770 823 6,9 6,5 5,0 4,5 3 4
Paesi Bassi 574 660 15,0 3,7 3,8 3,6 9 5
Francia 523 597 14,1 5,2 3,4 3,3 4 6
Corea del Sud 466 555 19,0 2,4 3,1 3,0 13 7
ITALIA 447 523 16,9 3,9 2,9 2,9 8 8
Russia 400 522 30,4 1,6 2,6 2,9 17 9
Belgio 409 476 16,5 3,1 2,7 2,6 11 10
Mondo 15.254 18.217 19,4 100 100 100

 

L’Italia nell’economia Internazionale, Rapporto 2011-212”

Ancora più importante del dato quantitativo, già più che lusinghiero, è la diffusa eccellenza produttiva e capacità concorrenziale a cui si accompagna. Una recente ricerca pubblicata dalla Fondazione Edison, che ha esaminato ben 5.517 prodotti oggetto del commercio internazionale, ha evidenziato per il nostro Paese risultati clamorosi: l’Italia nel 2010 ha, infatti, conquistato ben 239 primi posti, 334 secondi posti e 350 terzi posti, per un totale di 923 piazzamenti da “podio” per un valore complessivo di export pari a 173 miliardi di dollari. Ed anche le quarte e quinte posizioni, più che significative in una classifica mondiale, vedono piazzati altri 610 prodotti italiani.

Prime posizioni detenute dall’Italia nell’export mondiale
Indice delle eccellenze competitive; indice Fortis-Corradini (casistica su un totale di 5.517 prodotti in cui e suddiviso il commercio internazionale) Anno 2009; valori in miliardi di dollari

Posizione dell’Italia nell’export mondiale Numero di prodotti Valore dei prodotti Link alla lista completa
Prima 249 71 link
Seconda 347 56 link
Terza 387 48 link
Quarta 317 49 link
Quinta 293 29 link
Totale 1.593 253

Fonte: elaborazioni Fondazione Edison su dati Istat, Eurostat, UN Comtrade

Un’inaspettata competitività del sistema produttivo italiano

La notizia più importante che emerge da queste cifre è che il sistema produttivo del paese ha la forza per confrontarsi con successo con le economie più forti. Nonostante la drammaticità degli ultimi dati su occupazione e produzione industriale, l’Italia non è condannata al declino, ma può affrontare con spirito positivo il problema dello sviluppo.

Questi dati, però, mettono in discussione anche tutte le analisi comunemente fatte, dalla destra, ma non solo, sulle ragioni del ristagno economico di questi ultimi anni e con le “ricette” che da esse si fanno derivare, visto che proprio gli anni dal 2.000 in poi in cui di fatto il paese si è bloccato, sono quelli di un continuo e impressionante successo delle imprese italiane nel mondo.

Come è possibile che aziende sottoposte ad uguali vincoli produttivi abbiano risultati così diversi per il solo fatto di operare sui mercati esteri invece che su quello interno di una nazione che è, comunque, tra le più ricche del mondo?

Per quanto mi riguarda, ritengo che la crisi del paese e la diminuzione del PIL siano in primo luogo il riflesso del calo della domanda interna per consumi e investimenti su cui hanno inciso la debolezza dell’occupazione e dei redditi reali (Per gli ultimi dati vedi Bollettino Economico n. 69,BLuglio 2012, Banca d’Italia,).

Sia chiaro, le lamentele sulla situazione del paese sono in gran parte più che fondate e non è mia intenzione descrivere un’Italia che non esiste; è necessario, però, compiere la diagnosi giusta della “malattia” se vogliamo prescrivere la “cura” più adeguata, per lo meno per quanto riguarda le priorità di intervento.

  • Solo per fare qualche esempio l’Italia ha bisogno di eliminare gli sprechi, non di diminuire in maniera indifferenziata la spesa pubblica con il rischio più che evidente di far collassare anche quel poco di struttura pubblica che ancora funziona.
  • La pressione fiscale va abbassata, ma le risorse che saranno disponibili vanno utilizzate per incentivare il lavoro e la produzione e non per ridurre semplicisticamente le tasse ai ricchi.
  • Il mondo del lavoro non ha bisogno di diminuire i diritti o di dosi ulteriori di flessibilità, ma al contrario di norme che combattano la precarizzazione e facilitino la stabilizzazione dei rapporti e la sicurezza dei redditi da lavoro, per altro condizione irrinunciabile di ogni ripresa dei consumi.
  • La drammaticità della situazione di bilancio esclude la via di facili politiche espansive basate sulla spesa pubblica, ma questo non significa che si debba (e, cosa ancora più importante, si possa) continuare con politiche depressive che aggravano le conseguenze negative della crisi, tanto che anche Monti si è dichiarato ben consapevole degli effetti recessivi degli interventi fino a qui attuati.
  • Il sentiero tra politiche di austerity controproducenti e spesa pubblica “spensierata” è molto stretto, ma dovrà essere trovato e percorso con serietà e consapevolezza.

Ringraziamo il nostro amico Massimo Matteoli autore di questo articolo e vi invitiamo a seguire il suo esempio.

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